La Rocca dei Papi di Montefiascone

Sulla sponda sud orientale del lago di Bolsena, nel territorio dell’Alta Tuscia Laziale (ed in particolare nella provincia di Viterbo), si trova il comune di Montefiascone. Con la maggiore altitudine di tutto il comprensorio, 600 metri sul livello del mare, presenta numerosi belvedere da cui è possibile ammirare il paesaggio circostante e, sempre grazie alla sua quota altimetrica, gode di un clima mite durante tutto l’anno.

Il Panorama che si può ammirare dalla Rocca dei Papi di Montefiascone
Il Panorama che si può ammirare dalla Rocca dei Papi di Montefiascone

Montefiascone oggi conta poco più di 13000 abitanti ma è conosciuto e popolato da epoche molto remote. Deve il suo nome proprio ad una popolazione, i falisci, che si sarebbe stanziata lì durante l’epoca romana. Anche gli Etruschi lo conoscevano, anzi, lo consideravano un’area sacra, tanto che sì pensò che, proprio lì, decisero di erigere il leggendario Santuario di Vertumna, centro politico e religioso del popolo.
Ma il vero periodo di splendore per Montefiascone arrivò nel 1200, quando divenne uno dei più importanti centri di possedimento della Chiesa ed offrì spesso, nel tempo, riparo e protezione ai Pontefici durante le lotte contro l’impero. Fu proprio nel 1207 che Papa Innocenzo III iniziò la costruzione della Rocca dei Papi di Montefiascone, scegliendola come sede del Rettore del Patrimonio di San Pietro in Tuscia.
Da allora, tutti i Papi che gli succedettero, si fecero promotori di lavori di ampliamento e fortificazione che ne accrebbero progressivamente il prestigio. Ma fu Papa Martino IV che, per via del suo amore per il Lago e soprattutto per la bontà delle sue anguille, la scelse come residenza pontificia. Anche Dante lo cita nel Purgatorio ponendolo, proprio per questo motivo, nel girone dei golosi. Ma al di là di queste ragioni, Martino IV diede il via a lavori di abbellimento che trasformarono la Rocca in una vera e propria reggia.

La Rocca dei Papi di Montefiascone
La Rocca dei Papi di Montefiascone

Eretta nel punto più alto di Montefiascone, in posizione strategica e dominante su tutto il Lago di Bolsena, il suo attuale stato in semi rovina ne fa solo immaginare l’originaria struttura e la straordinaria storia. Dell’antica Rocca, infatti, oggi ne rimane visibile solo una piccola parte. Il complesso originario rispondeva ai canoni architettonici tipi del XIII secolo nell’area Viterbese e aveva una pianta trapezoidale, i cui angoli erano occupati da massicce torri di guardia. Di queste, solo quella di nord-ovest si è preservata fino a noi dalla rovina del tempo. Non rimane più nulla, invece, delle altre soluzioni strutturali volute dai diversi Papi, come la loggia a due piani ideata da Leone X medici e realizzata con il contributo dell’architetto Antonio da Sangallo il Giovane.
La Rocca dei Papi di Montefiascone mantenne il proprio prestigio anche durante gli anni ed i secoli successivi, tanto che, nel 1334, fu qui impiantata una zecca che batteva un nuovo conio papale, denominato volgarmente paparina. Anche Papa Urbano V, il primo che, dopo la cattività Avignonese, decise di tornare a risiedere stabilmente a Roma, la scelse come residenza estiva. Così, dal 1368, Montefiascone fu nuovamente trasformata e la sua Rocca divenne un meraviglioso palazzo di villeggiatura.
Fino al 1500 la Rocca dei Papi vide il passaggio, per periodi più o meno lunghi, di numerosi personaggi illustri, tra cui imperatori e alti membri del Clero e fu sede di importanti riunioni ed assemblee o, più semplicemente, di momenti di riposo per i Papi. Ma, alla fine dello stesso secolo, nonostante gli interventi promossi dai pontefici, l’edificio iniziò a cadere irrimediabilmente in rovina.
Progressivamente, furono demolite le sue strutture portanti e vennero asportate pietre, mattoni e calcinacci per trasformarli in materiali da costruzione. Dell’antico splendore della Rocca, non ne rimasero così, che misere rovine.
Fu solo alla fine del 1900 che iniziarono i lavori per il restauro completo delle parti sopravvissute alla precedente demolizione e per la riqualificazione della Rocca dei Papi. Il sito fu aperto alla visita del pubblico e, all’interno, venne creato il Museo dell’Architettura di Antonio da Sangallo il Giovane, contenente opere eseguite dal grande architetto proprio nel territorio dell’Alto Lazio (opere situate proprio nelle immediate vicinanze di Montefiascone).
Concludendo questa descrizione, possiamo dire che la Rocca dei Papi di Montefiascone non rappresenta solo un sito di grande rilievo paesaggistico e architettonico, ma racchiude in sé un patrimonio ricchissimo di storia e di cultura che dimostrano come, per più di 300 anni, Montefiascone e tutta l’Alta Tuscia Laziale, furono uno dei centri più importanti dell’Italia intera.

La Salita dal Lago a Montefiascone

Quest’estate, come tutte le altre, ho preso la bicicletta e sono andato al lago, a Montefiascone, per provare a fare un’altra volta la scalata della salita che dal Lago di Bolsena porta fin su al paese. Questa volta però avevo portato con me la macchinetta fotografica, ed ecco il risultato.

Montefiascone vista dal Lago di Bolsena
Montefiascone vista dal Lago di Bolsena

Siamo al lago e dobbiamo arrivare fin lassù, sono oltre 3 kM di salita, dobbiamo portarci dai 315 mt. s.l.m. fino a quota 590 mt. s.l.m.

Inizio della salita
Inizio della salita

Il primo tratto è molto agevole e si va su bene, ma non occorre farsi prendere la mano perché altrimenti la salita vera e propria sarà più dura del previsto.

La fine del tratto facile
La fine del tratto facile

Proseguiamo con un tratto in cui la salita si fa più irta, ma è ancora molto pedalabile.

Ancora la salita dev evenire
Ancora la salita deve venire

In questa grande curva la salita si addolcisce ed è possibile ammirare il lago sulla sinistra.

Primo tornante della salita
Primo tornante della salita

Arrivati al primo tornante destrorso inizia la salita più dura ed occorre un buon allenamento per arrivare al secondo tornante sinistrorso.

Secondo tornante
Secondo tornante

Questa è una curva mitica, se non ricordo male si chiama “Curva della Morte”. Dopo questo secondo tornante inizia un leggero falsopiano e poi un pezzetto di alcuni centinaia di metri che a mio avviso è il più duro, anche perché ormai l’acido lattico ti assale i muscoli.

Terzo tornante
Terzo tornante

Il peggior tratto della salita, a mio modo di vedere, ma passato questo tornante destrorso possiamo rilassare un poco i muscoli perché il peggio è terminato.

Lago visto da Montefiascone
Lago visto da Montefiascone

Oltrepassato il terzo tornante è possibile ammirare questo spettacolo sulla destra e terminare le ultime centinaia di metri che ci separano da Montefiascone pensando che ancora una volta abbiamo domato la mitica salita del lago.

Un Anello nel Borgo di Bagnoregio

Il terremoto del 2 giugno del 1695 a Bagnoregio, aveva provocato ben 32 vittime e causato il crollo di molte case, torri e chiese. Il 5 settembre del 1726, quindi circa trent’anni dopo, la confraternita della chiesa di S. Pietro, posizionata al limite sud della contrada di Civita, chiese al suo tesoriere, Nicola Pompei, di raccogliere il materiale buono rimasto tra le rovine. Durante questo compito il tesoriere venne colpito da un insolito riflesso dorato che veniva da sotto il mattonato nel lato sinistro sotto l’altare, dentro al presbiterio. Il riflesso era quello di un anello d’oro semi-nascosto tra pezzi di mattoni e calcinacci, formato da una piastra circolare delimitata da una cornice perlinata ed incisa con l’immagine di un uomo con barba e capelli divisi al centro da una scriminatura.

Sigillo Aufret
L’anello ritrovato da Nicola Pompei nella Chiesa di S. Pietro a Civita di Bagnoregio

Intorno alla testa dell’uomo alcune lettere precedute da una croce formano il nome “AUFRET”. Nicola Pompei non fece in tempo a pulirlo che l’anello gli fu tolto dalle mani dal canonico Giuseppe Quintarelli, che, nonostante le proteste dei membri della confraternita di S. Pietro, corse subito a consegnarlo nelle mani del vescovo Onofrio Pini.
Il vescovo decise di disfarsi del prezioso anello, a causa delle “liti tra i diversi pretensori”, affidando questo delicato compito al fratello Muzio che ritroviamo a Roma in trattativa con un grande collezionista di opere, il marchese Alessandro Capponi. Inizia così una serie di passaggi di mano dell’anello tra diversi collezionisti, fino ad arrivare al 1871 quando fu venduto al Museo Victoria and Albert di Londra, dove ancora oggi è conservato.
Questo anello apparteneva ad Aufret, un Longobardo di rango elevato vissuto a Bagnoregio. Probabilmente scrisse a papa Gregorio nell’anno 600, utilizzando questo anello per apporvi il proprio sigillo. La lettera era stata inviata per proporre al pontefice un candidato alla carica vescovile della zona. Aufrit infatti è l’altissimo rappresentante dell’etnia longobarda che arrivò a Bagnoregio nel 593 con l’avanzata di re Agilulfo verso Roma e che collaborava con papa Gregorio per riorganizzare l’ordinamento diocesano in questa regione dell’alto Lazio, definita come frontiera tra i territori longobardi e bizantini.

Vacanze sul Lago degli Etruschi

Il lago di Bolsena è ospitato nella più grande caldera vulcanica d’Europa, impreziosito dalla presenza di due isole rocciose, la Martana e la Bisentina, con acque limpidissime e cristalline in tutte le stagioni dell’anno.

Il Lago di Bolsena con l'isola Martana a sinistra e la Bisentina a destra.
Il Lago di Bolsena con l’isola Martana a sinistra e la Bisentina a destra.

Questo territorio, fin dall’antichità, ha sempre attirato le comunità dei luoghi vicini che vi si trasferirono dai loro villaggi di altura per coltivare le fertilissime terre sulle sponde lacustri, praticando anche l’allevamento e la pesca.
Nell’età del ferro ( IX-VIII secolo a.C. ) i Villanoviani ( diretti antenati degli Etruschi ) fondarono due grandi abitati in prossimità del lago: sulla sponda occidentale Bisenzio che si ergeva su di un’altura rocciosa e sul versante opposto il Gran Carro che anticamente risiedeva in una fertile pianura che poi le acque del lago hanno progressivamente sommerso. In epoca etrusca il bacino del lago di Bolsena fu il confine tra i territori delle due più importanti città dell’Etruria: Vulci e Volsinii. Dal versante del Tirreno ha avuto anche influenza la potentissima città di Tarquinia.

Bolsena
Il lago di Bolsena al tramonto

Ancora oggi voi potrete rivivere la cultura e la storia di questa terra, in qualsiasi stagione dell’anno. Abbiamo molte strutture ricettive nei paesi che costeggiano il lago di Bolsena: Bolsena, Montefiascone, Marta, Capodimonte, Valentano, Gradoli, Grotte di Castro o San Lorenzo Nuovo.
Navigando tra i vari articoli di questo blog potrete scoprire un’anteprima su cosa questa terra può offrire in termini di paesaggio, cultura e storia. Per tutto questo ed altro ancora il consiglio è quello di passare alcuni giorni di vacanza nella terra e sul lago degli Etruschi.

Un Sentiero tra Colline, Vallate e Laghi

La Comunità Montana dell’Alta Tuscia Laziale ha progettato ed organizzato un percorso che inizia dalla riserva naturale regionale di Monte Rufeno vicino ad Acquapendente ed arriva fino ad un’altra riserva naturale, quella dell’Oasi di Vulci del WWF. Questo affascinante percorso si chiama “Sentiero dei Briganti” poiché percorre quelle zone che tra la prima metà dell’Ottocento e gli inizi del Novecento furono testimoni della nascita del brigantaggio, legato alla memoria di criminali che divenuti tali a causa di un’estrema povertà, sono poi divenuti i protagonisti di racconti leggendari che si sono tramandati di padre in figlio.

Sentiero dei Briganti
Il Sentiero dei Briganti che va da Monte Rufeno fino a Vulci

Il Sentiero dei Briganti si sviluppa lungo percorsi campestri, che si possono affrontare a piedi, in mountain-bike oppure a cavallo, intervallati da brevi tratti di viabilità ordinaria. Il percorso del sentiero è indicato da frecce direzionali e da oltre cinquanta pannelli informativi che ne descrivono la natura e ricordano le drammatiche vicende che videro protagonisti i famosi briganti della Tuscia.
Si può accedere al sentiero da molti punti, ma la sua origine è stata immaginata all’interno della riserva naturale regionale di Monte Rufeno che si trova a pochi chilometri di distanza da Acquapendente. In questa cittadina vide la luce uno dei più grandi briganti della Tuscia, Luciano Fioravanti; inoltre qui, Giovanni Erpita, un altro brigante originario di Latera, invaghitosi di una ragazza del luogo, arrivò a rapirla dal novello sposo e ad ucciderla per non farla avere a nessun altro. Il sentiero prosegue per Onano per poi andare verso Grotte di Castro e scendere verso le sponde del lago di Bolsena. Si risale verso Latera, paese originario di molti briganti: Giovanni Erpita, il feroce Brando Camilli ed i due fratelli Rossi, Pietro detto Mattaccino e Clemente detto Marcotullio, tutti morti nel tentativo di vendicarsi dei loro concittadini che denunciarono le loro malefatte.
L’itinerario prosegue addentrandosi nella natura, attraverso il laghetto vulcanico di Mezzano per poi arrivare alla Riserva Naturale Selva del Lamone nel comune di Farnese che dette i natali a Domenico Biagini detto il Curato e compagno di Tiburzi. Nel vecchio cimitero di Farnese, ormai abbandonato, vennero seppelliti tra i più pericolosi briganti della zona, tra cui David Biscarini, Vincenzo Pastorini e Giuseppe Basili, il leggendario Veleno.
Il sentiero prosegue ancora verso Cellere per poi scendere fino all’inizio della Maremma Toscana, a Vulci. A Cellere nacque il peggiore brigante della Tuscia, Domenico Tiburzi il 28 maggio del 1836, chiamato il re del Lamone. Solo per far capire la sua brutalità è noto un episodio: Luciano Fioravanti con la complicità di Domenico Tiburzi, non solo assassinarono ingiustamente un poveraccio che non aveva nessuna colpa, ma trovarono divertente andare dalla moglie a raccontare il fatto con dovizia di particolari.
Alla morte di Tiburzi a Manciano nell’ottobre del 1896 seguì quella di Fioravanti nel 1900 nei boschi intorno alla cittadina toscana, per mano di un tale che credeva suo amico. Terminata la vita di questi due briganti lo Stato italiano decise di occuparsi seriamente di questa piaga sociale e nessuno sentì più parlare dei briganti della Tuscia.

La Via Francigena in Alta Tuscia

Una delle vie romane più importanti che solcano il territorio dell’Alta Tuscia è senza dubbio la Cassia, strada consolare che fu lastricata intorno alla metà del II secolo a.C. e che congiungeva Roma al settentrione. Nei secoli successivi la Cassia non entrò mai in rovina, come le altre strade consolari, per il fatto che il potere politico dell’età post-romana si spostò sempre più verso il settentrione.
La via Cassia partiva da Roma a Ponte Milvio e si dirigeva lungo la valle del Baccano nel territorio di Veio fino a Sutri per poi passare nell’etrusca Sorrina ( Viterbo ), attraversava il complesso termale dell’Aquae Passeris, per poi salire fino al colle di Montefiascone.

Il percorso della via Francigena
Il percorso della via Francigena

In cima, invece di svoltare verso Orvieto e Chiusi, passava per il lago di Bolsena attraversando impervi pendii e zone tortuose, il motivo era che doveva attraversare Volsinii ( la vecchia Bolsena ), la più importante città dell’epoca romana nella zona. Superata Volsinii l’antica Cassia si dirigeva verso l’Orvietano e poi a nord percorrendo le valli del Paglia e del Chiani fino ad Arezzo, poi Firenze, Pisa e Lucca prima di confluire nella via Aurelia presso Luni.

Simbolo della via Francigena sui cartelli stradali
Simbolo della via Francigena sui cartelli stradali

A partire dall’Alto Medioevo, lungo la parte della via Cassia tra Bolsena e Roma, si innestò il tratto finale di un itinerario percorso da sovrani in cerca di investitura papale e da moltitudini di pellegrini che dal mondo anglo-sassone e francese, intendevano raggiungere Roma per fare penitenza o pregare sulla tomba degli apostoli Pietro e Paolo. Questo itinerario tra Canterbury e Roma, spostato decine di volte, fu chiamato dapprima “via Sancti Petri” o “strata Beati Petri“, poi “via Romea” ed infine “via Francigena” ( via dei Franchi ). Oltrepassata la Toscana la via Francigena entrava nello Stato Pontificio a Centeno, lambiva Proceno ed attraversava Acquapendente.
Il percorso proseguiva lungo la pianura dell’altopiano di Campomorino fino ai margini della caldera volsiniese, sfiorando il piccolissimo borgo di San Lorenzo in Grotte, antico centro dell’odierna San Lorenzo Nuovo. La via Francigena prosegue fino a Bolsena passando per corso Cavour, sotto la rocca Monaldeschi, da porta Fiorentina fino a porta Romana. Il tragitto continua attraverso corso della Repubblica per arrivare davanti alla Basilica di Santa Cristina. Oltrepassata Bolsena la via Francigena prosegue verso Montefiascone, passando davanti la Chiesa di San Flaviano e poi segue fedelmente il percorso della via Cassia fino a Viterbo, centro fondamentale per i pellegrini ormai giunti a Roma dopo un estenuante viaggio.

La Peste del 1523 e la Chiesa di Montedoro a Montefiascone

La peste o morte nera, per il formarsi di macchie scure sulla pelle, fu una malattia molto diffusa in Italia negli anni che vanno a cavallo dal 1523 al 1528, forse portata dagli eserciti francesi di passaggio verso il meridione. Il motivo principale dello svilupparsi della malattia fu comunque la scarsa igiene dell’epoca ed il proliferare dei ratti. I medici erano impotenti verso la peste e visto che non si riusciva a guarirla si pensava che questa malattia fosse causata da una qualche punizione divina. Si osservavano dei penitenti che vagavano di luogo in luogo fustigandosi ed affermando che quello era l’unico modo per essere perdonati. Nacquero allora molte chiese dedicate soprattutto a San Rocco, il protettore dei malati di peste.
A Montefiascone esisteva una piccola edicola con degli affreschi del pittore Antonio del Massaro da Viterbo detto il Pastura in località Montemoro. Per volere popolare, venne deciso che sopra quell’edicola si erigesse una chiesa dedicata alla Madonna di Montemoro, affinché proteggesse i cittadini di Montefiascone dalla peste.
L’opera iniziò nel 1527 su progetto dell’architetto Antonio da Sangallo il giovane che a quel tempo stava lavorando alla costruzione della Rocca dei Papi di Montefiascone, su commissione di papa Leone X dei Medici. Da progetto, accanto alla chiesa, doveva anche sorgere un grande convento.
Su progetto del Sangallo venne costruita una chiesa a base ottagonale, al posto dell’abside, che doveva inglobare l’edicola quattrocentesca, fu costruita una cappella circolare addossata all’altare maggiore. Per la scarsità di fondi il convento non fu mai costruito, venne soltanto realizzato un piccolo cenobio abitato da alcuni frati che però non vi rimasero a lungo.
Oggi ecco come appare la chiesa di Montedoro ( il nome della località è leggermente cambiato ).

Montedoro
La chiesa dedicata alla Madonna di Montedoro
Montedoro
Chiesa di Montedoro a base ottagonale su progetto di Antonio da Sangallo il giovane

La chiesa si trova a Montefiascone lungo la strada che porta a Marta, qui ogni anno per la festa di San Giuseppe Lavoratore ci sono spettacoli e giochi pirotecnici.

Palazzi e Rocche della Famiglia Farnese

Originatasi intorno al X secolo, sempre fedele alla chiesa, la famiglia Farnese ha lasciato nel nostro territorio molte testimonianze in campo artistico-architettonico. Il feudo Farnese era un protettorato di Orvieto e per questo molti personaggi della famiglia ebbero delle posizioni di alti incarichi nella città, come Pietro di Farneto che ne fu console nel 984 ed il suo discendente Prudenzio nel 1154. Nei primi secoli i Farnese seguirono più la carriera ecclesiastica di quella militare, vedi ad esempio Guido, eletto vescovo di Orvieto nel 1263. Si dovette però attendere il Cinquecento per avere un papa della famiglia Farnese, con Paolo III ( Alessandro Farnese, Canino 29 Febbraio 1468 – Roma 10 Novembre 1549 ). Nel Trecento grazie al costate supporto militare e relativi recuperi di territori del Patrimonio di S. Pietro dagli avignonesi, il pontefice tramite il cardinale Albornoz concesse ai Farnese le zone di Valentano e limitrofe al lago di Bolsena, di cui divennero vicari. Infine tramite il matrimonio di Ranuccio con Agnese della potente famiglia dei Monaldeschi l’influenza dei Farnese arrivò sino a Latera, Marta, Canino, Gradoli e Piansano. Ritroviamo allora in questi paesi degli splendidi palazzi ed antiche rocche.
A Latera c’è un palazzo, oggi sede del comune, che ebbe origine da una rocca fatta costruire da Ranuccio il Vecchio, più tardi trasformato da Mario Farnese in un bellissimo palazzo rinascimentale contenente un affresco della Madonna del Rosario ed alcuni santi. Allo stesso Mario Farnese si deve la ristrutturazione della chiesa di S. Clemente con un bel fonte battesimale di Giovanni Antonio Scalpellino. A Latera abbiamo anche la fontana ducale voluta da Pietro Farnese risalente al 1648.

Latera Palazzo Farnese
Il Palazzo Farnese di Latera

A Gradoli troviamo il famoso e bellissimo palazzo Farnese che venne utilizzato prevalentemente come residenza estiva. L’antica rocca medioevale fu radicalmente ricostruita tra il 1515 ed il 1526 da Antonio da Sangallo il Giovane, architetto prediletto dal cardinale Alessandro, il futuro papa Paolo III. La sala ducale, oggi adibita a sala consiliare, è decorata con affreschi in stile raffaellesco, gigli farnesiani, unicorni, putti e stemmi dipinti sui soffitti a cassettoni. Al secondo piano troviamo la sala dei Monocromi e la sala del Loggione.
A Valentano abbiamo un altro palazzo con una torre ottagonale, scelta come residenza dapprima dai neosposi Angelo Farnese, figlio di Ranuccio il Vecchio, e Lella Orsini di Pitigliano, quindi da Pier Luigi Farnese e Gerolama Orsini di Pitigliano. Nel XV secolo, quando fu ristrutturata, fu costruito nel 1488 un bellissimo “Cortile d’Amore”, così denominato per il matrimonio delle due coppie citate in precedenza.
Un’altra rocca a forma ottagonale la troviamo a Capodimonte, inizialmente costruita dai signori del vicino borgo di Bisenzio nell’XI secolo. Nel 1385 fu ristrutturata dietro l’impulso di Pier Luigi Farnese e poi da Alessandro Farnese che chiamò il Sangallo per la costruzione delle contrafforti e dei due loggiati che conferirono all’edificio un aspetto residenziale, piuttosto che austero come in precedenza.
A Marta ritroviamo una torre, sempre ottagonale, difensiva dell’XI secolo recante l’antico stemma del liocorno e dei gigli. Nel borgo antico si trova anche un palazzo Farnese di modeste dimensioni rispetto alla torre imponente che sovrasta la cittadina.
Un altro possedimento dei Farnese fu l’isola Bisentina che con Ranuccio il Vecchio, che vi volle essere seppellito, toccò il suo massimo splendore. Il monumento funebre del capostipite dei Farnese è del 1449 ed opera di Isaia da Pisa. Più tardi nel XVI secolo, Alessandro Farnese ( nipote di Paolo III ) fece trasferire il sacrario nella chiesa dei SS. Giacomo e Cristoforo, iniziata nel 1588 accanto al convento dei Frati Minori Osservanti. Nella nuova chiesa furono traslate tutte le tombe dei Farnese già sepolte sull’isola.
A Ischia di Castro abbiamo un’altra testimonianza farnesiana, il castello medievale che come al solito fu ristrutturato dal Sangallo con l’eliminazione del fossato e la creazione di un loggiato. Nel paese si trovano anche uno stemma di liocorni e gigli murato sulla torre dell’orologio ed il battistero rinascimentale nella chiesa di S. Ermete.
A Viterbo c’è il palazzo Farnese, di cui abbiamo già parlato in questo articolo, perché Ranuccio il Vecchio divenne il custode del papa di Viterbo per proteggerla dai Prefetti di Vico. Soggiornò in questo palazzo Alessandro Farnese, prima di essere eletto papa, e sua sorella Giulia, da qui la denominazione in “palazzetto del cardinal Farnese”. Altra importante testimonianza dei Farnese a Viterbo è la Rocca Albornoz di cui abbiamo già parlato in questo articolo. Al cardinale Alessandro, nipote del papa, si deve la fontana del Vignola arricchita da gigli farnesiani situata davanti alla rocca. Altre tracce dei Farnese a Viterbo si ritrovano nelle facciate delle chiese, nelle sale affrescate del palazzo comunale, a porta di Faul o porta Farnesiana e la strada lunga e rettilinea voluta dai Farnese per collegare Viterbo al santuario della Madonna della Quercia.
Al centro di tutto questo, infine, troviamo Castro, la sede del ducato omonimo, creato nel 1537 da Paolo III in onore del figlio Pier Luigi, primo duca di Castro, la cui storia l’abbiamo raccontata in questo articolo qualche mese fa.

Il Giro del Lago di Bolsena in Bicicletta

Domenica mattina, approfittando della giornata quasi estiva, ho preso la mia bicicletta ed ho affrontato il giro del Lago di Bolsena, ecco le tappe che ho percorso:

Tappe giro del lago
Le varie tappe del giro del Lago di Bolsena

Devo dire che il viaggio è durato ben 3 ore, ma non dobbiamo vedere la cosa dal punto di vista agonistico, questo articolo vuole dare soltanto delle indicazioni a chi come me è appassionato di escursioni in bicicletta, e quale miglior luogo di quello presentato in questo articolo per passare una bella giornata immersi nella natura del Lago di Bolsena.
Alle 9 di mattina sono partito da Montefiascone e mi sono diretto verso Marta sulla Strada Provinciale 8. A metà circa del percorso si trova una bella chiesetta, si tratta della Chiesa della Madonna del Borgale.

Chiesa del Borgale
Chiesa della Madonna del Borgale

Continuando la strada si giunge fino a Marta e si incontra il Santuario della Madonna del Monte, proprio quella che viene festeggiata a Maggio nella Festa delle Passate.

Madonna del Monte
Santuario della Madonna del Monte

Oltrepassato Marta si giunge a Capodimonte.

porto Capodimonte
Il porto di Capodimonte

oltrepassato Capodimonte ci dirigiamo verso Bisenzio.

Bisenzio
Il lago visto dalla strada verso Bisenzio

Inizia quindi un tratto di qualche chilometro di salita fino ad arrivare a Valentano, dove ci riposiamo ammirando il panorama.

Valentano
Vista lago da Valentano sulla Strada Statale Castrense

Si continua sulla Strada Statale 312 Castrense con un’altra leggera salita di qualche chilometro per arrivare al Passo della Montagnola, punto più alto dei monti Volsini con una altezza sul livello del mare di 639 metri.
Arriva quindi il momento della discesa verso Latera e poi verso Gradoli.

Centro di Gradoli
Lo splendido paese di Gradoli

Dopo essersi riposati si prosegue in discesa verso la Strada Statale Cassia e poi in pianura verso Bolsena.

Bolsena
Bolsena dalla Cassia con la Rocca Monaldeschi sullo sfondo

Oltrepassata Bolsena si possono ammirare le Pietre Lanciate, la Valle del Pesce ed altro di cui abbiamo trattato già in questo articolo. Dopo circa tre ore di viaggio siamo di nuovo a Montefiascone e possiamo finalmente riposarci.
Quest’estate allora, se siete appassionati di escursioni in bicicletta e non solo, quale luogo migliore dell’Alta Tuscia per fare delle splendide passeggiate tra verde e natura, vi aspettiamo.

La Mezzadria come Modello Agricolo

Con l’introduzione della tassa sul macinato, promulgata per iniziativa di Luigi Menabrea il 7 luglio del 1868 e che entrò in vigore il 1° gennaio del 1869, si ebbe da una parte il pareggio del bilancio statale, dall’altra un’impennata del prezzo del grano e dei suoi derivati che in quei periodi storici erano la principale fonte di sostentamento delle famiglie più povere. Anche dopo la sua abolizione, ad opera del governo Depretis nel 1884, i prezzi dei cereali non calavano ed i mulini più piccoli e soprattutto i contadini si ritrovarono ancora più in crisi, non potendo macinare il grano a causa delle grandi spese da sostenere. In quegli anni, a causa di questa crisi dei cereali, nacque, soprattutto in Italia centrale e quindi anche in Alta Tuscia, un tipo di contratto stipulato tra i ricchi possessori di terreni ed i contadini, iniziò il lungo periodo della “Mezzadria“.

Agricoltura

La mezzadria, il cui nome indica “colui che divide a metà”, è stato un contratto agrario, utilizzato fin dai tempi medievali, tra il proprietario dei terreni chiamato concedente ed un coltivatore, il mezzadro, che si dividono i prodotti e gli utili di un’azienda agricola, il podere. Tutti gli oneri della conduzione dell’azienda erano a completo carico del mezzadro che per questo risiedeva con la sua famiglia colonica all’interno del podere stesso. Nel tempo ci sono state numerose controversie circa l’utilità della mezzadria, da un lato c’erano quelli a favore che avevano come tesi quella dell’arricchimento del contadino che altresì non avrebbe avuto i fondi da coltivare, altri invece che pensavano che era un metodo medievale e che non avrebbe portato ad un miglioramento dell’agricoltura. Qui non dobbiamo dare di certo dei giudizi, ma come molti professano, la mezzadria aveva sia dei lati positivi che negativi, fatto sta che venne abolita nel settembre del 1964 ( non si potevano più stipulare nuovi contratti dal 1974 ) e successivamente nel 1982 i contratti di mezzadria esistenti vennero trasformati in contratti d’affitto a coltivatore diretto.
Personalmente non ho assistito a questo tipo di stile di vita, ma dai racconti di mio nonno ho potuto quasi assaporare la rassegnazione che c’era in quel periodo a lavorare a metà. Molti di voi che leggeranno queste righe forse non si rendono nemmeno conto di quello che voleva dire essere completamente nelle mani del padrone, perché nella stragrande maggioranza dei casi i mezzadri avevano anche dei debiti nei confronti del possessore dei terreni. Comunque la mezzadria è stata nel bene o nel male lo stile di vita dei nostri avi e per questo occorre conoscerla per sapere da dove proveniamo. Per questo scopo vi invito alla lettura di questa pagina su Wikipedia e di altre sul web, basta inserire il termine “Mezzadria” su un qualsiasi motore di ricerca.
Questo articolo è dedicato a tutti i nostri nonni che con il loro lavoro hanno consentito di essere quello che siamo oggi.